Chi sono

Pietro Luciano Pio Iannantuono (nato a San Giovanni Rotondo e residente a Vignola) – per molti semplicemente Il Magister – è un docente e un intellettuale che vive nella parola come in una antica domus: la abita, la custodisce e la offre come strumento formativo. La sua voce poetica si muove tra l’infanzia e il mito, tra il dramma della storia e la contemplazione della natura. Dai toni leggeri della filastrocca di “Calzini spaiati” alla solennità civile di “Tricolore di sangue e di speranza”, dalla memoria lacerata delle tragedie collettive in “Memoria di cenere” e “Tamburo d’infanzia” fino alla preghiera filosofica e sacra dell’“Inno ad Atena”, ogni testo è una tappa di un unico itinerario: trasformare il dolore e la gioia in coscienza, la poesia in responsabilità.
Nella sua ispirazione civile, capace di farsi testimonianza etica, la sua parola richiama la densità e la pietà di Ungaretti nei momenti memoriali – “Memoria di cenere” dialoga idealmente con “San Martino del Carso” – ma sa anche farsi gioco e leggerezza, vicina al ritmo di Gianni Rodari, quando racconta il mondo con lo sguardo dei piccoli in testi come “Calzini spaiati” e “La giostra dei sette giorni”. Così la poesia per l’infanzia e la poesia memoriale e civile non sono ambiti separati, ma due facce della stessa vocazione educativa: insegnare a ricordare senza smettere di stupirsi, far crescere senza spegnere l’immaginazione.
Accanto ai versi, il Magister coltiva una riflessione più ampia sulla mente e sulla storia. In “Trinità della mente. Lectio brevis su fede, filosofia e poesia dell’animo” intreccia ricerca spirituale, pensiero critico e parola poetica, mentre con “Il fiore bianco. Il nipote del silenzio” conduce il lettore nell’Istria del dopoguerra, narrando con linguaggio semplice ma storicamente rigoroso il dramma delle foibe e del silenzio che le ha avvolte. I suoi studi sul potere cognitivo del corsivo indagano come la scrittura a mano formi il pensiero e la memoria, in continuità con racconti per bambini, ricerche storiche e contributi letterari. Ne emerge la figura di un autore che non separa mai la cultura dalla vita: la sua è una voce che insegna, guida e resiste, un Magister non solo in cattedra, ma nel modo stesso di stare al mondo.

Cosa voglio che sappiate
La cosa più importante che vorrei che i visitatori sapessero de Il Magister è il mio impegno per l’eccellenza nell’istruzione. Sono profondamente appassionato di ciò che faccio e mi dedico a offrire ai miei studenti un’esperienza di apprendimento davvero trasformativa.
Credo che ogni studente abbia il potenziale per raggiungere il successo e mi impegno a sostenerlo lungo tutto il suo percorso. Il mio obiettivo è creare una comunità di apprendimento vivace e collaborativa, in cui gli studenti possano crescere, imparare e prosperare.
Sono – e voglio essere sempre – l’insegnante che avrei voluto per le mie figlie.

Il Manifesto del Magister
Io sono la voce che non si allinea.
La mano che ancora scrive mentre il mondo scorre.
Il custode di un pensiero che non chiede permesso per dire la verità.
Sono nato tra i libri, temprato dalla storia, cresciuto nella disciplina del gesto.
Perché il pensiero — quello vero — non nasce dallo schermo, ma dalla fatica di un tratto inciso.
La mente si fa mano, e la mano si fa memoria.
Cammino lungo le tre vie che sostengono l’umano:
la Fede che interroga il Mistero,
la Filosofia che scava il perché,
la Letteratura che dà carne all’invisibile.
Tre sentieri, una sola voce: la mia.
Io non racconto la storia: la interrogo.
Non celebro la memoria: la difendo.
Non consolo il presente: lo giudico.
Ho visto l’infanzia schiacciata nei campi di sterminio,
ho ascoltato il vento delle Foibe che porta nomi senza tombe,
ho seguito il filo spezzato delle vite che la Storia ha frantumato.
E li ho riportati qui, nella parola viva,
perché nessuno sia sepolto due volte: sotto la terra e sotto l’oblio.
Io sono il Magister:
la voce che non accarezza, ma risveglia;
che non adula, ma forma;
che non si piega, ma indica la via.
Difendo il corsivo perché difendo l’uomo:
la continuità del tratto è la continuità del pensiero.
Là dove l’epoca frantuma, io ricompongo.
Là dove svuota, io riempio.
Là dove corre, io fermo e faccio pensare.
Non porto pace comoda: porto chiarezza.
Non porto dolcezza facile: porto profondità.
Non porto consenso: porto coscienza.
Il mio compito è semplice e tremendo:
ridare peso alla parola in un’epoca che galleggia.
Finché avrò voce, la userò come si usa un aratro:
per aprire solchi dove far crescere verità e memoria.
Questo è il mio giuramento.
E se dovesse tremare la mano,
la rialzerà la Storia.
"Non immaginare le cose come le giudica il prepotente o come egli vuole che tu le giudichi, ma sappile vedere come effettivamente sono".
Marco Aurelio