In questo spazio sono raccolte solo alcune delle molte poesie, dei sonetti, delle ballate e degli inni che ho composto nel corso degli anni.
Sono testi nati da stagioni diverse della vita, ma legati da una medesima fedeltà alla parola, alla memoria e a quella ricerca interiore che, talvolta, solo la poesia riesce a esprimere.

Tutte le immagini presenti in questo sito sono di proprietà dell'aurore e sono state scattate durante visite culturali o di piacere.

LA GIOSTRA DEI SETTE GIORNI

 

Lunedì, luce leggera si posa
sveglia il bosco e poi riposa.

Martedì, brezza birichina
fa danzare la margheritina.

Mercoledì, melodia di rami
chiama il cielo nei suoi richiami.

Giovedì, gemme di rugiada
spuntan perle in verde falda.

Venerdì, vola una farfalla:
danza lieve, mai traballa.

Sabato, canta il ruscelletto,
narra storie nel suo letto.

Domenica, dono d’azzurro:
tutto ride, quieto e sicuro.

Sette passi, una sola festa:
nel cuore resta e mai s’arresta.

Ottavo giorno — Giostra dell’Oltre

Oltre, lampion-girasole fiorisce;
bosco-città rinasce e si rinnova.

PROMONTORIO SACRO, FIAMMA PROFANA

(Poemetto civile in sei quadri e in endecasillabi sciolti)

 

I – Pianto di fuoco

Piange il Gargano, lacrime di fuoco;

non è la fiamma di sagre e riti,

ma vampa cieca che strappa radici,

brucia il cuore, secca le sorgenti.

 

II – Veglia della Morte

Al chiaro di luna siede la Morte,

falce lucente, sguardo senza fiato;

specchia nella lama volti ingrati,

figli che avvelenano la culla.

 

III – Accusa

Scende la Morte, danza lenta, muta,

tra fumo e cenere, selve distrutte,

tra ulivi arsi e querce curve,

tra capri smarriti e cieli muti.

Li scova, li scruta, li riconosce:

ciechi uomini privi di timore

si fingon dèi brandendo le fiamme,

convinti che distruggendo s’imponga

il loro arbitrio sulla terra.

 

IV – Il Grido

Ogni rogo ha mano colpevole;

e al cielo la Morte alza grido:

“Non son io che mieto in questi giorni,

ma costoro, sacrileghi e folli!

Hanno spento futuro e speranza,

il canto degli uccelli han zittito,

han ucciso il vento fra le fronde,

han sepolto il verde sotto nero.”

 

V – Memoria

Mentre tutto arde e tace muto,

il Gargano, sovrano sconsolato,

rammenta gli splendori d’altri giorni:

ginestre sui crinali assolati,

orchidee, doline e fresche fonti,

greggi, canti, passi di pellegrini.

 

VI – Rinascita

Così attende, in lutto, nel silenzio,

albe nuove, mani purificate,

figli fedeli al nome che portan,

tornino a curar il suo respiro,

a ridar vigore al suo destino.

Ferita, seppur profonda, risorge,

diventa cicatrice viva, salda,

memoria incisa su pelle cara,

che guida, ammonisce, benedice.

 

TAMBURO D’INFANZIA

 

Sulla crosta del mondo noi bambini
nasciamo diversi, divide il cuor;
non l’oro piega i nostri destini,
ma il furore d’uomini dà dolor.

 

Condanna il richiamo di sirene,
nella notte che esplode tra le dita;
dietro recinti cuciti alle vene,
il silenzio ci morde e ci svuota la vita.

 

Trentasette ferite ardono al cuor,
ogni latitudine sogna un addio;
la cenere spegne il grido, il color,
e il gioco sprofonda in fatal oblio.

 

Gli adulti fanno guerra, e noi moriamo;
la pace non riposa in queste tombe.

 

Hanno tolto al vento il dolce fiato,
la luna non raccoglie più il suo pianto;
hanno infranto il domani sognato,
han spento la carezza dell'incanto.

 

Quando il tuono ci lascia vivo il cor,
ci veste di piombo, parole mute;
dentro noi distilla lento il rancor,
l'infanzia si cuce in piaghe mute.

 

Gli adulti fan la guerra, muoriamo noi,
la ragion sprofonda nella caduta;
il nostro pianto ritorna, chiama noi,
e diventa tambur d'alma sperduta.

 

Gli adulti fanno guerra, e noi moriamo;
la pace non riposa in queste tombe.

 

Siam felici: alle porte del Paradiso,
giardino sboccia in mille suoi colori;
si apre un parco limpido, conciso,
canto d'uccelli si leva in cori.

 

Ruscelli chiari scorrono giocando,
tra prati ove tempo resta cheto;
giri e salti restiamo giocando,
girotondo vibra in cerchio cheto.

 

Senza nonni rimane la memoria,
ogni bimbo narra il suo terrore;
finché il lampo strappò la nostra storia,
scolpì sui muri il morso del terrore.

 

Gli adulti fanno guerra, e noi moriamo;
la pace non riposa in queste tombe.

 

Ascoltateci, voi che reggete il giorno,
scrivete col silenzio sulle ossa;
il nostro volto vi riflette il ritorno,
ma la vostra vergogna non si scossa.

 

Futuro non vuole esercito armato,
semi tra le dita, carezze d'amore;
non pesa giustizia sull'oro contato,
e grava sulla vita di chi muore.

 

Se un bimbo cadrà, ovunque, in un istante,
un peluche col cranio già sfondato,

ci farà da bara in quella notte urlante,
e il vostro onore sarà svuotato.

 

Gli adulti fan la guerra, muoriamo noi,
non c'è pace finché restano cadute;
spezzate i cannoni, sedete con noi,
prima che nuove vite sian cadute.

 

Gli adulti fanno guerra, e noi moriamo;
la pace si ridesta nell’aurora.

BALLATA DELLA ROCCA

(Ballata popolare con ritornello in onore della Festa di Vignola)

 

E canta la piazza tra voci e colori,

sotto la Rocca germogliano i fiori.

Tra ceste di duroni e vento di aprile,

la festa di Vignola non vuole finire!

 

Sui ciottoli rulla la festa che avanza,
il sole accarezza le antiche mura,
tra banchi di frutta, fra mani e sorrisi,
una bambina si sporca le dita.

 

Che belle le strade tra cori e bandiere,

la piazza si accende di voci festose,

sfilano i carri, tra fruste ed applausi,

si vive la festa che scalda le vene!

 

E canta la piazza tra voci e colori,

sotto la Rocca germogliano i fiori.

Tra ceste di duroni e vento di aprile,

la festa di Vignola non vuole finire!

 

Si ode ovunque il suon dei tamburi,
il centro risplende tra i frutti maturi
morette, tanga, amarene e duroni,
son la goduria dei palati più buoni.

 

Le auto d’epoca brillano in fila,

sul sagrato davanti alla Plebana,

tra clacson, motori e passi curiosi,

portano storie di genti lontane.

 

E canta la piazza tra voci e colori,

sotto la Rocca germogliano i fiori.

Tra ceste di duroni e vento di aprile,

la festa di Vignola non vuole finire!

 

Ma poi, quando il buio incalza,
un sussurro s’ode in piazza,
mentre il vento accarezza chi resta
a rubare gli ultimi profumi di festa.

 

E, per sempre, la Rocca, nella notte che sale,
custodisce i segreti di tutte le feste.
E quando il giorno ritorna, tra voci e sapori,
la festa di Vignola di nuovo rifiorirà.

 

E canta la piazza tra voci e colori,

sotto la Rocca germogliano i fiori.

Tra ceste di duroni e vento di aprile,

la festa di Vignola non vuole finire!

 

LE FRACCHIE

 

Grandi torce scintillanti,

nella notte, sfavillanti

con il fuoco dell’ardore

portan luce dentro al cuore.

 

Quei gran lumi e l’euforia

accompagnan per la via

la pia Madre Addolorata

da una spada trapassata.

 

Un afflato tutti unisce

alla Madre che patisce,

non la gioia è smorzata

per la fede intemerata.

 

Sulle ruote son trainate

con sudore realizzate;

fuoco, fiamme, gran rumore

fan fuggir l’ingannatore.

 

Una fede le sorregge

e la Madre le protegge

per quel Cristo martoriato

che sarà resuscitato.

 

Questa luce più non muore,

arde ognor per il Signore:

se il fuoco è consumato

già dal popolo è serbato.

La Notte Santa – 2026


Nella Notte Santa il mondo tace,

s’apre il ciel: l’Eterno si dischiude;

un pianto d’Iddio le tenebre chiude,

e l’umana miseria in pace giace.


Il cor si volge e in Lui si compiace,

la speme fiorisce e nulla delude;

e canto d’Angeli l’alma include,

e labbro al Gloria arde… e tace.


O Verbo in carne, nostro Redentore,

nel gelo accendi in me la mente,

in poca culla spande eterna luce.


Scende il Signor, spezza ogni dolore;

e l’umil vero nel cor è presente:

e la Notte per Te nell’alba conduce.