
Nel dibattito pubblico occidentale esistono tragedie che occupano stabilmente le prime pagine e tragedie che, invece, sembrano consumarsi in una zona d’ombra. Tra queste ultime vi è certamente la persecuzione contro i cristiani: una realtà vasta, documentata, sistematica, eppure troppo spesso ridotta a nota marginale, quando non apertamente ignorata per ragioni ideologiche, geopolitiche o culturali.
Eppure i numeri sono impressionanti.
Secondo il rapporto 2026 di Open Doors International, oltre 388 milioni di cristiani nel mondo vivono in condizioni di persecuzione o grave discriminazione religiosa. Nei cinquanta Paesi monitorati dalla World Watch List, oltre 315 milioni di persone subiscono limitazioni, violenze, intimidazioni, arresti o minacce a causa della propria fede. Nello stesso periodo sono stati registrati migliaia di omicidi, arresti arbitrari, distruzioni di chiese e rapimenti.
Dietro questi dati non vi sono statistiche astratte, ma volti, famiglie, comunità spezzate. Vi sono sacerdoti incarcerati, villaggi incendiati, bambine rapite, fedeli uccisi durante la liturgia, intere popolazioni costrette a vivere clandestinamente la propria fede.
La domanda, allora, diventa inevitabile: perché di tutto questo si parla così poco?
La persecuzione anticristiana non è un mito propagandistico
Occorre anzitutto sgomberare il campo da una mistificazione sempre più diffusa: denunciare la persecuzione dei cristiani non significa negare le persecuzioni subite da altre minoranze religiose. La libertà religiosa è indivisibile, oppure non è libertà.
Tuttavia, negare l’esistenza di una persecuzione anticristiana globale significa semplicemente rifiutare l’evidenza.
Le fonti internazionali concordano. Il rapporto 2026 della USCIRF — United States Commission on International Religious Freedom — identifica numerosi Stati e organizzazioni responsabili di violazioni gravissime della libertà religiosa, indicando tra gli attori persecutori sia regimi politici sia gruppi jihadisti armati.
Il quadro è netto: la persecuzione contro i cristiani possiede oggi diverse matrici ideologiche, religiose e geopolitiche. Non è un fenomeno uniforme, non nasce ovunque dalle stesse cause, non assume dappertutto le medesime forme. Ma il risultato è spesso identico: la compressione, l’umiliazione o la cancellazione della presenza cristiana.
Il jihadismo islamista: la matrice più sanguinosa
La forma più feroce della persecuzione anticristiana contemporanea proviene dal jihadismo islamista.
Gruppi come Boko Haram, ISWAP, al-Shabaab, ISIS-Sahel o JNIM operano soprattutto nell’Africa subsahariana e nel Medio Oriente, colpendo sistematicamente villaggi cristiani, chiese, scuole confessionali e missioni. Non si tratta di episodi isolati, né di generica instabilità locale: in molte aree la violenza segue una logica riconoscibile, orientata a terrorizzare, sradicare e disperdere le comunità cristiane.
La Nigeria rappresenta il caso più drammatico. Migliaia di cristiani vengono uccisi ogni anno in una spirale di violenza che troppo spesso la stampa internazionale riduce superficialmente a “conflitto etnico” o a disputa territoriale. Certamente esistono fattori economici, sociali, tribali e ambientali. Ma negare la componente religiosa significa mutilare la realtà per renderla più comoda alla sensibilità occidentale.
Molti attacchi avvengono durante celebrazioni liturgiche o colpiscono deliberatamente comunità cristiane riconoscibili. Interi villaggi vengono svuotati, le chiese incendiate, i sacerdoti sequestrati. E tutto questo accade mentre una parte dell’Occidente osserva con distrazione, quasi che il sangue cristiano, quando scorre lontano dalle capitali europee, abbia un peso minore nella contabilità morale del mondo.
I regimi autoritari e il controllo della fede
Esiste poi una persecuzione meno spettacolare, ma altrettanto inquietante: quella esercitata dai regimi totalitari o autoritari.
In Corea del Nord il cristianesimo è considerato una minaccia politica. Possedere una Bibbia può significare il carcere, il campo di lavoro, la scomparsa sociale. La fede non viene repressa soltanto come convinzione religiosa, ma come possibile principio di libertà interiore rispetto al culto dello Stato.
In Cina il controllo sulle comunità religiose è sempre più capillare: sorveglianza elettronica, registrazione obbligatoria delle chiese, restrizioni alla catechesi, pressioni sulle comunità non allineate al Partito. La questione non riguarda soltanto la libertà di culto, ma il diritto stesso di una comunità religiosa a vivere senza essere assorbita dall’apparato ideologico del potere.
In Nicaragua il regime Ortega-Murillo ha colpito duramente la Chiesa cattolica attraverso arresti, intimidazioni, espulsioni e limitazioni della libertà religiosa.
Qui il bersaglio non è soltanto la fede cristiana in quanto tale, ma qualunque realtà spirituale capace di sottrarsi al monopolio ideologico dello Stato. Il potere totalitario, ieri come oggi, non sopporta altari che non siano i propri.
Il nazionalismo religioso e l’intolleranza identitaria
Un’altra forma di persecuzione, spesso sottovalutata in Europa, nasce dai nazionalismi religiosi.
In India, l’ideologia dell’hindutva — che tende a identificare l’identità nazionale indiana con l’induismo — alimenta pressioni e violenze contro le minoranze cristiane, frequentemente accusate di minacciare l’unità culturale del Paese o di operare conversioni indebite.
In alcune aree del Sud-est asiatico emergono inoltre forme di nazionalismo buddhista ostili alle comunità cristiane.
La logica è sempre la stessa: chi non appartiene alla religione maggioritaria viene percepito come corpo estraneo, sospetto, elemento importato o nemico della nazione. Il cristiano, in questa prospettiva, non è più soltanto un credente: diventa un intruso culturale.
È una dinamica antica, ma oggi torna con abiti nuovi. Si proclama la difesa dell’identità e, in suo nome, si nega il diritto di esistere a chi non rientra nel perimetro della maggioranza.
Le persecuzioni dimenticate
Vi sono poi persecuzioni che sembrano non interessare quasi nessuno.
L’Eritrea, spesso definita “la Corea del Nord africana”, continua a detenere cristiani in condizioni durissime. In Pakistan le leggi antiblasfemia vengono frequentemente usate come arma contro le minoranze cristiane. In molte zone rurali dell’India i convertiti subiscono isolamento sociale, aggressioni e intimidazioni quotidiane.
E poi vi è il grande silenzio sulla Nigeria, probabilmente una delle più grandi tragedie religiose contemporanee.
Un silenzio che pone interrogativi inquietanti.
Perché l’Occidente, così rapido a mobilitarsi su molte cause, appare tanto esitante davanti al martirio dei cristiani? Perché la sofferenza di alcune vittime genera immediata indignazione globale, mentre altre sembrano destinate all’oblio? Perché alcune lacrime vengono elevate a simbolo universale e altre restano confinate nella periferia della coscienza pubblica?
La risposta è scomoda ma necessaria: una parte dell’Occidente contemporaneo vive un rapporto sempre più problematico con le proprie radici cristiane. In certi ambienti culturali, il cristianesimo viene percepito esclusivamente come simbolo storico del passato europeo, raramente come comunità concreta di uomini e donne perseguitati nel presente.
Così il martire cristiano rischia di diventare invisibile: troppo religioso per piacere alle élite secolarizzate, troppo scomodo per entrare nella narrazione dominante, troppo lontano per turbare davvero le coscienze.
Una questione di civiltà
Difendere i cristiani perseguitati non significa invocare “crociate”, alimentare scontri religiosi o costruire gerarchie del dolore. Significa difendere un principio universale: la libertà religiosa.
Una civiltà che tollera il silenzio davanti alla persecuzione di milioni di persone finisce inevitabilmente per indebolire tutte le libertà. Perché la libertà, quando viene concessa soltanto a chi è culturalmente gradito, non è più diritto: è privilegio selettivo.
La storia insegna una verità semplice e terribile: quando si abitua il mondo a ignorare il dolore di alcuni, prima o poi nessuno sarà più davvero al sicuro.
E forse il punto più grave non è soltanto che i cristiani vengano perseguitati. È che troppo spesso vengano perseguitati nel silenzio generale, sotto lo sguardo stanco di un’umanità che ha imparato a commuoversi a comando e a dimenticare per convenienza.
L’Europa e la nuova marginalizzazione del cristianesimo
Vi è infine una forma di ostilità che raramente viene chiamata con il suo nome, perché non assume, almeno nella maggior parte dei casi, il volto immediato del sangue o della prigione. È la progressiva marginalizzazione culturale, giuridica e simbolica del cristianesimo in una parte dell’Europa contemporanea.
Occorre essere rigorosi. Paragonare la condizione dei cristiani europei a quella dei cristiani massacrati in Nigeria, incarcerati in Corea del Nord o perseguitati in Pakistan sarebbe storicamente e moralmente scorretto. Le situazioni non sono equivalenti. Tuttavia sarebbe altrettanto falso sostenere che in Europa non esistano forme crescenti di limitazione, discriminazione o ostilità verso l’espressione pubblica della fede cristiana.
Qui il problema assume contorni differenti: non il martirio fisico, ma il tentativo di confinare il cristianesimo nella sfera privata, neutralizzandone il ruolo culturale, educativo, simbolico e perfino antropologico.
È il paradosso di un laicismo che, nato storicamente per impedire l’imposizione religiosa, in alcuni contesti sembra ormai trasformarsi in una ideologia civile totalizzante. Non libera lo spazio pubblico: lo sterilizza.
Dal principio di laicità al laicismo ideologico
La distinzione è fondamentale.
La laicità dello Stato, così come concepita nella grande tradizione costituzionale europea, non nasce contro la religione, ma per impedire che il potere politico imponga una fede. È garanzia di pluralismo, libertà e convivenza.
Diverso è il laicismo ideologico: una visione secondo cui la religione, specialmente quella cristiana, dovrebbe progressivamente scomparire dallo spazio pubblico per essere tollerata soltanto come scelta privata, muta e inoffensiva.
In questa prospettiva, il problema non è più l’imposizione confessionale, ma la semplice visibilità del cristianesimo.
Crocifissi contestati, presepi rimossi, festività svuotate del loro significato religioso, simboli cristiani considerati “divisivi”, obiezione di coscienza guardata con sospetto, insegnamento religioso ridotto a residuo folkloristico: tutto ciò non rappresenta una persecuzione cruenta, ma costituisce certamente il sintomo di una crescente delegittimazione culturale.
Emblematica è la vicenda del crocifisso nelle scuole italiane ed europee. In più occasioni il simbolo cristiano è stato descritto esclusivamente come segno confessionale da eliminare in nome della neutralità. Eppure la giurisprudenza europea e italiana ha più volte riconosciuto anche il valore storico e culturale del crocifisso.
La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Lautsi c. Italia del 2011, stabilì che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane non costituisce violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riconoscendo agli Stati un margine di apprezzamento nella tutela delle proprie tradizioni culturali e identitarie.
In Italia, anche il Consiglio di Stato ha evidenziato come il crocifisso possieda non soltanto valore religioso, ma anche storico-culturale e identitario nel contesto nazionale.
Cristianofobia culturale e doppio standard
Esiste poi un fenomeno che numerosi studiosi e osservatori definiscono ormai “cristianofobia culturale”.
In molte società europee l’offesa al cristianesimo viene frequentemente tollerata, banalizzata o persino celebrata in nome della libertà artistica o della dissacrazione culturale, mentre analoghe offese rivolte ad altre religioni generano — comprensibilmente — immediate reazioni istituzionali e mediatiche.
Qui emerge un doppio standard difficile da negare.
La derisione del cristianesimo viene spesso considerata segno di modernità, emancipazione o spirito critico. Il cristiano praticante, soprattutto se manifesta pubblicamente convinzioni etiche tradizionali, rischia invece di essere rapidamente rappresentato come retrogrado, integralista o incompatibile con il progresso civile.
In alcuni contesti professionali e universitari si registra inoltre una crescente difficoltà nell’esprimere pubblicamente posizioni ispirate all’antropologia cristiana senza subire isolamento culturale, stigmatizzazione sociale o delegittimazione morale.
Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di repressione penale diretta. Si tratta di un processo più sottile: rendere il cristianesimo socialmente imbarazzante, culturalmente tollerato ma simbolicamente marginale.
È la censura senza tribunale: non sempre punisce, ma spesso isola; non sempre proibisce, ma rende sconveniente; non sempre incarcera, ma espelle dal salotto buono delle opinioni accettabili.
Gli attacchi alle chiese e i dati europei
Accanto alla dimensione culturale esiste anche una dimensione materiale spesso sottovalutata.
Secondo diversi rapporti europei, negli ultimi anni sono aumentati gli episodi di vandalismo contro chiese, statue, cimiteri cristiani e luoghi di culto. In Francia, Germania, Belgio e altri Paesi europei si registrano regolarmente incendi dolosi, profanazioni, furti sacrileghi e atti anticristiani.
L’Observatory on Intolerance and Discrimination Against Christians in Europe documenta annualmente centinaia di episodi di discriminazione e ostilità verso i cristiani nel continente europeo, includendo vandalismi, limitazioni alla libertà di coscienza, esclusioni professionali e atti d’odio contro simboli religiosi cristiani.
Il problema, ancora una volta, è anche mediatico: molti di questi episodi ricevono attenzione limitata e vengono rapidamente derubricati a semplice vandalismo, senza interrogarsi sul clima culturale che li rende possibili.
Quando viene colpita una chiesa, non viene colpito soltanto un edificio. Viene colpito un segno, una memoria, una presenza. E una società incapace di comprendere il valore dei propri segni è già una società parzialmente analfabeta di se stessa.
Una civiltà che rinnega le proprie radici
L’Europa contemporanea vive una contraddizione profonda.
Da un lato continua a fondare gran parte del proprio linguaggio morale sui concetti di dignità della persona, uguaglianza, diritti umani, solidarietà, libertà e tutela dei deboli; dall’altro tende sempre più spesso a rimuovere le radici storiche e culturali che hanno contribuito a generare quella stessa visione dell’uomo.
Non si tratta di auspicare uno Stato confessionale, né di negare il pluralismo religioso e culturale delle società moderne. Si tratta piuttosto di riconoscere un dato storico elementare: la civiltà europea è incomprensibile senza il cristianesimo.
Recidere totalmente quella memoria significa produrre una società senza profondità storica, incapace di comprendere se stessa.
E quando una civiltà smette di riconoscere le proprie radici, non diventa più neutrale: diventa semplicemente più fragile.
Pietro Iannantuono