Quando l’odio cambia maschera

Pubblicato il 15 dicembre 2025 alle ore 21:09

L’attentato di Sydney non nasce dal nulla.


Nessun atto terroristico nasce mai dal nulla.
Arriva sempre dopo un clima, dopo parole ripetute con leggerezza, dopo slogan pronunciati senza pensare alle conseguenze.

È necessario dirlo con chiarezza, anche quando è scomodo:
l’antisemitismo non ha bisogno di grandi ideologie per riemergere. Gli basta un pretesto.

Oggi quel pretesto si presenta spesso sotto una forma ambigua e pericolosa:
la strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese trasformata in licenza morale per colpire ebrei ovunque nel mondo.
Non lo Stato di Israele.
Non un governo.
Ma inermi cittadini ebrei, colpevoli solo di esistere.

Qui si compie il passaggio più grave, e troppo spesso taciuto:
la critica politica — legittima, doverosa, discutibile quanto si vuole — viene fatta scivolare nell’odio identitario.
E quando questo accade, il bersaglio non è più una scelta politica, ma una persona. Una famiglia. Una comunità.

Il Magister non confonde i piani.
E invita a non farlo.

Criticare uno Stato non equivale a colpire un popolo.
Ma quando il linguaggio diventa indistinto, quando si evocano immagini, parole e simboli che riattivano l’antico odio, si offre un alibi perfetto a fanatici, terroristi e squilibrati.
A chi non cerca argomenti, ma bersagli.

La storia ci ha già mostrato questo meccanismo.
Sempre uguale, sempre efficace:
prima la delegittimazione, poi la disumanizzazione, infine la violenza.
Ogni volta qualcuno dice: «Non era nostra intenzione».
Ma l’intenzione non cancella la responsabilità.

Le parole hanno conseguenze.
Sempre.

Chi oggi gioca con slogan incendiari, chi semplifica, chi riduce una tragedia complessa a una contrapposizione morale assoluta, sta prestando il fianco a chi vive di odio.
E l’odio non distingue, non analizza, non discute: colpisce.

Difendere gli ebrei nel mondo non significa rinunciare al pensiero critico.
Significa non rinunciare all’umanità.
Significa rifiutare la logica del capro espiatorio.
Significa ricordare che ogni volta che un ebreo viene colpito per ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza, la civiltà intera ha fallito.

Il Magister non chiede silenzio.
Chiede discernimento.

In un’epoca di conflitti globali e comunicazione immediata, la prima responsabilità morale è questa:
non alimentare il fuoco che altri useranno per bruciare innocenti.

La memoria non serve a commemorare.
Serve a impedire che il meccanismo si rimetta in moto.

E quando accade, come a Sydney, non basta dire «condanniamo».
Bisogna interrogarsi su come parliamo, cosa legittimiamo, a chi stiamo offrendo una giustificazione.

Perché l’antisemitismo non è mai un’opinione.
È sempre un segnale d’allarme.
E chi lo ignora, prima o poi, ne paga il prezzo.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.